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Category Archives: Blog
:sognare, malgrado tutto:
Premessa: un articolo per digitalizzarli tutti
Non ho modo di definire una “opinione pubblica media” circa questo blog. Potrei farlo solo nel merito dei fattori verso i quali la piattaforma WordPress si dimostra sensibile.

Qualche esempio:
- Il numero di visite non mi dice nulla sul pensiero dei visitatori.
- Il numero medio dei commenti (prossimo a zero) mi dice, al massimo, la misura della partecipazione.
- Il contenuto dei (zero) commenti potrebbe darmi qualche indicazione in più, a patto che chi commenta sia disposto a condividere il suo pensiero.
- likes, +1 e commenti sui social network mi dicono “non ti perdo di vista”, ma non mi fanno neanche statistica…
- Un blog con zero commenti, sicuramente, è il blog di uno che si parla addosso e che non accetta alcun tipo di discussione.
Pasife.net è l’ultimo caso: un blog tipico, del tipico blogger “iosorrmejodetutti”
Il 100% dei commenti e delle opinioni e della partecipazione, però, avviene nel mondo reale, o via mail, o sui social network.

Ne scriverò un articolo, forse ![]()
Torniamo a noi…
Malgrado / Inevitabilmente
Avete letto questo? Vi sarà quindi venuto spontaneo pensare: “ma Alf… Perché dopo il (non dico il primo, ma almeno il) secondo fallimento ricominci col sogno? Non ti pare sia ora di imparare a gestire le tue fasi di fomento come fanno i trentasettenni normali?”
Effettivamente, guardando agli ultimi tre anni di sogni/fomenti/risvegli/fallimenti, sembra proprio che a me piaccia “giocare per perdere”… come se esprimessi un morboso gusto per certe “sconfitte retoriche”. A guardarmi da fuori, riconosco spesso un comportamento “da indiano”: ostinato, arrogante, insistente.
Come spesso avviene (lo sa bene chi riflette spesso su ciò che gli capita di dire/fare/baciare/lettera/testamento), dopo il fallimento mi viene spontaneo ricominciare a sognare.
Sia chiaro: non mi impegno in alcun modo per evitarlo, forse il contrario: voglio guardarlo succedere!.
Come avete visto, non mi mancano le occasioni
In realtà è tutto molto semplice da vedere. Scriverne è più complicato.
lo faccio dopo aver parlato col mio “studente migliore”: ci ha teneva a ribadirmi che il suo successo è un successo “comune”, frutto del lavoro di entrambi.
Quindi andiamo a rivederci l’articolo s.f.r.f. e slittiamo la parte del “sogno” di qualche frase. La fase “sogno” quindi inizia rispettivamente:
- I sogno: “Inizio…”
- II sogno: “Affezionandomi…”
- III sogno: “e se avessi…”
Chiaro, no? ![]()
La chiave è nelle frasi precedenti!
… No?
Ecco allora un aneddoto semplice ma significativo.
Martina, fin da piccola, è abituata a guardare cartoni animati in lingua inglese, cinese ed italiano.
Diversamente dagli altri bambini che appena si accorgono che il cartone animato non è in italiano si annoiano, perdono interesse, chiedono alla mamma di cambiare e di mettere un cartone animato in italiano, Martina non si scoraggia. Mai.
Peppa Pig, ad esempio, l’ha conosciuto in inglese. Vederlo in italiano, per lei, non fa alcuna differenza.
Chloe’s closet, invece, lo ha conosciuto alla tv di nonna, in italiano.
Con nostra sorpresa ed amarezza, quindi quando tentai di proporglielo in lingua originale, se ne lamentò molto. Lo voleva solo in italiano.
Io pensai che la mia stellina stesse iniziando la fase dell’ “italiano-come-fanno-tutti” e me ne rammaricai. Yiyi, più attenta di me nel riconoscere i moti del pensiero infantile, mi spiegò che è la lingua usata nel primo episodio a determinare la preferenza. Come un “imprinting” linguistico, parecchio influente se il primo episodio è stato in italiano.
MMMM, non vi pare un buon esempio di “fallimento”? Sto divagando?
No. Il “fallimento” non sarà “da manuale”, la conclusione forse è troppo “vicina”, ma è per evidenziare quanto poco c’è di personale alla base di un nuovo sogno.
Quello stesso giorno, andammo al parco giochi di piazza Vittorio.
Lì Martina iniziò a giocare con delle bimbe più grandi di lei. A un certo punto io e Yiyi la guardammo mentre seguiva con lo sguardo una mamma e due figli che parlavano inglese.
Con lo sguardo. E con un sorriso di meraviglia.
Un sorriso, per inciso, di quelli che ti squagliano.
Di lì a poco, però, fummo noi a meravigliarci.
Dopo due minuti di conversazione spicciola tra questi bimbi anglofoni e le bimbe che erano con Martina (“where are you from… Thank you..”) Martina all’improvviso si scioglie, sfoggiando un inglese che non le avevamo mai visto usare.
Come se, mentre giocava normalmente al parco,avesse impostato la barra della lingua su ‘EN’.
Ma come! Non aveva da poche ore lamentato che l’inglese lei non lo capiva?
Proprio così.
Si capisce meglio?
La parte che precede il sogno è un avvenimento casuale che lo causa!
Proprio come quando attraversi una fase di ristrettezze economiche e inizia a sfuggirti la certezza che prima o poi risalirai.
Come quando la quotidianità ti cambia all’improvviso e reagisci per “assoluti”: “non li vedrò più, non farò più questo, quest’altro, quest’altro ancora…”
O quando speri di poter fare di chiunque un consulente informatico valido in soli due mesi, e la scadenza incombe e opprime, fino a farti vedere solo difetti e frustrazioni…
La vita, a un certo punto, ti porta a vedere un talento che non sapevi.
Ti immerge in situazioni in cui la tendenza a reagire per “assoluti” è solo ridicola ostinazione.
Ti illumina e definisce “sorgente” di difetti altrui, sollecitando l’idea di poter suscitare qualità inaspettate in chi ti circonda…
Aspetta ancora un po’. Il tempo è un’occasione. E un’altra. E un’altra. E un’altra. E un’altra. E un’altra. E un’altra. E un’altra. E un’altra. E un’altra. E un’altra. E un’altra. E un’altra. Una. Dietro. L’altra.
Ne bastano pochissime, di occasioni, per ribaltarti l’esistenza.
Quasi mai ti piacerà, se ti si ribalta nel bel mezzo del tuo “così per sempre”.
Si, fallimento. Si dovrebbe imparare dai propri errori e non commetterli più.
Per farlo però bisogna rinunciare a qualcosa che ha a che fare col goderselo, questo mondo.
Fallisco. Ma è ancora tutto così bello…
:PioggiaDiFoto:
Ho il calderone decisamente troppo pieno, ultimamente
- Deve uscire l’ultima parte della serie di articoli iniziati qui…
- Deve uscire una seconda parte di questo articolo qui…
- Deve uscire una mezza dozzina di articoli sulle P-P-P…
Nel frattempo però, la gallery è stata ferma per sei mesi.
Imperdonabile!
Compleanni, natali, befane, playtime con Francesco, recite di Martina, l’arrivo della primavera…
Ecco qui dunque, alla buon’ora!, la pioggia di foto fatte tra ottobre e aprile!
Tutta per voi!
:Sogno, Fomento, Risveglio, Fallimento:
Mi capita con una certa frequenza da più di tre anni.
Novembre 2010 – Dicembre 2012
Sogno: dopo dieci anni di precariato, raggiungo finalmente un contratto a tempo indeterminato. Inizio a credere di poter vivere più agiatamente.
Fomento: inizio davvero a vivere più agiatamente, con l’uso di carte di credito inizio a sostenere vari abbonamenti e ad acquistare groupon.
Risveglio: l’anno scorso ho realizzato con un mostruoso ritardo di aver vissuto al di sopra delle mie possibilità economiche.
Fallimento: la cassa integrazione, il rosso in banca, i ritardi nei pagamenti e varie forme di incuria hanno ridotto il tenore di vita mio e della mia famiglia allo stretto necessario, uscendo inevitabilmente dalla dimensione strettamente “economica” per dipanarsi su altri aspetti della nostra vita.
Aprile 2012 – Luglio 2012
Sogno: nei quattro mesi in cui la mia famiglia soggiornava a Taiwan ho iniziato a frequentare nuove amicizie e ripreso vecchi contatti. Affezionandomi alle loro varie e belle visioni del mondo, ho creduto di poterle frequentare insieme ai miei.
Fomento: al ritorno dei miei, inizio a proporre con insistenza tali frequentazioni, arrivando a sentirmi offeso se le mie proposte venivano rifiutate, quale che fosse il motivo.
Risveglio: la disabitudine alle cure dei miei cuccioli e l’assistere al violento svanire di quella speranza covata per quattro mesi sono sfociati in risentimenti persistenti e insensati divieti di frequentare quegli amici e quei posti.
Fallimento: Il sogno è svanito, per i miei amici io sono sparito come faccio ogni volta. Il mio umore ne ha risentito a lungo così come quello della mia famiglia.
Dicembre 2012 – Oggi
Sogno: con la cassa integrazione avviata, ho avuto molto tempo libero. Una persona che conoscevo poco mi ha chiesto di insegnargli le basi per diventare sistemista, o programmatore. In un mese, ho visto un cameriere/bartender trasformarsi in un nerd sfegatato, arrivando a sostenere colloqui in cui veniva valutato come un sistemista navigato.
Fomento: il merito, chiaramente, è tutto suo. Si è incuriosito, è sveglio, ci ha saputo fare. Però anche io ci ho creduto: e se avessi del talento anch’io nel descrivere il mondo lavorativo di cui faccio parte?
Così sono capitate altre occasioni. Altri studenti. Altre possibilità. Altri pizzettari da trasformare in tecnici informatici
Risveglio: dopo due mesi e due studenti, nessuno ce la fa. Nessun progresso. Ore spese inutilmente.
Fallimento: fuori è una jungla. Il conoscente di Dicembre è stata una rarissima eccezione. E’ lui, quello col talento. Io perdo tempo, trascuro ulteriormente i miei… mi fomento per soddisfazione personale, senza guadagnarci ne’ (a quanto pare) ottenere la soddisfazione che ho avuto a dicembre.
Non so se sono riuscito a farmi capire su un punto, quindi lo scrivo: più che il ritorno economico o l’utilità di un’attività, il fomento scatta per via di una iniziale soddisfazione personale.
Sulla quale Sogno. Mi fomento. Poi mi sveglio, e la vedo fallire.
Per inciso: sogno di rientrare presto in azienda, e che prima del’estate la cassa integrazione sia solo un brutto ricordo.
Senza fomento, almeno per ora…
Tutto per niente [treditre][unodidue]
Si
Proprio come succede quando dici “fai questa cosa in dieci secondi” a qualcuno e, constatando la sua lentezza, dopo aver contato “nove” inizi scherzosamente a contare “nove e un quarto… nove e mezzo…”
Questo articolo doveva essere l’ultimo del trittico.
[unoditre]: l’aneddoto
[dueditre]: morale, società, comunicazione, sensi di colpa vari ed eventuali
Mea Culpa: un confessione d’inverno che non faceva parte del trittico.

L’idea qui era di fare dell’aneddoto un “caso d’uso”. Allontanarsene. Sintetizzarlo in dinamiche valide per altre situazioni. Arrivare a parlare dell’aspetto fondamentale di tutta la storia: l’umana tendenza al “tutto per niente”.
Non posso però fare a meno, di premettere una serie di cose… Più che altro in ossequio ai ritorni, alle opinioni ed ai commenti ricevuti intorno ai precedenti due articoli. Non l’avevo previsto, sebbene io sappia perfettamente l’umana ed innocente attitudine che abbiamo tutti di tratteggiare articolatissime e variopinte intenzioni “papabili”, tra il fantastico e il morboso, all’ombra di ogni concretezza. Tratteggi così convincenti da divenire spesso concretezza, riducendo quella “vera” a un’ombra.
“Predica pure, tanto so già come razzoli…“.
Sappiamo tutti cos’è. Sappiamo che è un tranello.
Sappiamo che saperlo non vuol dire evitarlo.
Questi tre articoli sono dedicati proprio a questo. Quindi le vostre opinioni si fanno esempio concreto tanto quanto la vicenda di Francesco.
“UNODITRE”:
Inizia qui il racconto di un’amabile passeggiata “maschia” per le vie di Lunghezzina, finita con la brutta caduta del piccolo Francesco.
In realtà “unoditre” pareva autoconcludersi. Pochi, infatti, i pareri sulle intenzioni.
A tal proposito ringrazio R. che, leggendolo, si è così espressa su facebook:

ho letto il racconto del vostro pomeriggio insieme..e..epilogo a parte..mi ha commosso il vostro stare insieme e tu cosi rispettoso delle sue attitudini… Davvero un bel quadro che non è cancellato dalla caduta
Sul loro commento, a mio avviso, ha influito molto il mio finale, dove il verbo “raccontare” pareva riferirsi all’articolo stesso. Presumibilmente, poi, il contesto semi-pubblico del social network e la lettura isolata dell’”unoditre” (senza magari andare a leggersi il “mea culpa”) ha aiutato l’emergere di quel certo “alf-padre-potenzialmente-spettacolare-a-chiacchiere-ma-che-nci-riesce-mmai”…
Ho quindi cercato di chiarire il frainteso:

“DUEDITRE”:
Nella seconda parte, invece, racconto come l’aver precedentemente confessato di non aver amato fin da subito l’idea di avere un secondo figlio finiva frequentemente per inanellarsi nella percezione del rapporto tra me e lui, esasperando come per assonanza alcuni dei tratti “tipici” della mia personalità (diciamo pure “difettucci”) fino ad “inquinare” quel preciso momento (ed ogni altra occasione contestualmente analoga) in cui mi sono trovato a raccontare l’accaduto.
Su facebook ho ricevuto i seguenti due commenti da V. e A.
Le ringrazio, chiaramente, particolarmente il commento di A. che mi è parso più riferito a me, piuttosto che all’ovvia esasperazione di una situazione tutto sommato comune per un genitore cui si chiede conto del proprio figlio.

Ai miei lettori non piace commentare qui su Pasife. Le loro opinioni però non mancano mai di raggiungermi in qualche modo (più spesso verbalmente).
Così ho potuto cogliere alcuni “motivetti ricorrenti” che, più che argomentare il testo o approfondire alcuni passaggi, sembravano tesi a ridurre tutto alle intenzioni, ai motivi per cui ho pensato di scrivere e pubblicare questi tre articoli dopo aver osato scrivere e pubblicare “Mea Culpa”.
In ogni caso, le domande che ci si erano poste erano queste:
- Perché hai pianificato e scritto tre-articoli-tre sull’evento comunissimo di un bimbo che cade… intorno al quale pari accartocciarti?
- Perché sembra tutto solo un minestrone di millemila parole per dirci ridirci e ribadirci quanto ostile sia il mondo ai tuoi occhi?
TUTTO PER NIENTE:
Quale che sia il “perché”, è bene tu sappia che rispondere è compito esclusivo di quello sceneggiatore pazzo che abbiamo in testa tutti, di cui parlavo anche su “Mea Culpa”.
Uno sceneggiatore pazzo e fantasioso, sempre all’opera, sempre ad aggiungere sfumature, in questo caso riuscendo a partorire le motivazioni che seguono:
- Sbandierare innocenza
- Esorcizzare la colpa scrivendo l’evento tutto al contrario (non c’era nessun cane, nessun amico ha chiesto alcun “tudoveri”, ecc.)
- Usare la forma del blog in cui ci si parla addosso per accusare chiunque abbia chiesto “tudoveri”, perché Alfonso è er mejo de tutti: buono, giusto, bravo, presente, innocente, padremaritofiglio ideale.
Debbo quindi, a chi mi ha arricchito esprimendo la propria opinione e per estensione al resto di voialtri, una breve e chiara esposizione delle intenzioni che avevo quando ho scritto”mea culpa” e questa serie di articoli qui.
Lo faccio sapendo di deludere il loro sceneggiatore pazzo, perché in fin dei conti le sue storie sono molto più affascinanti delle mie.
- Ho scritto di non voler avere un secondo figlio perché ci tenevo tanto a condividere la conclusione che i miei motivi (e, per estensione, tutti i motivi di tutti noi) sono futile fuffa
- Ho scritto unoditre perché ho rosicato e qualcuno mi ha fatto pesare un evento comune ed insignificante
- Ho scritto dueditre perché ho considerato logica la pur ingiustissima ed inappropriata dinamica con cui ci giudichiamo vicendevolmente
- Ho scritto questo treditre perché le opinioni ricevute sui precedenti due articoli colgono bene senso di colpa e delicatezza della tematica ma tralasciano completamente l’ipotesi di estrapolarne le dinamiche
- Ho scritto il prossimo treditre perché voglio condividere con voi alcune delle quasitutte! cose che ci ritroviamo a fare e pensare basandole su poco più di niente
Tutto per niente [dueditre]
Questo articolo è il seguito di questo qui.
Nella prima parte accennavo a un inevitabile collegamento con un altro articolo, pubblicato in precedenza. È in questa seconda parte, però, che il mio accenno trova giustificazione.
Si, perché ovviamente c’era tutta una marea di dettagli intorno a noi due che accarezzavamo il cagnolino dei vicini. C’era il suo padrone a conversare con un nostro vicino di casa, ad esempio. C’era una piccola rampa sotto ai nostri piedi, tra la strada e il cancello. C’era Francesco, entusiasta di avere quel peluche vivente tra le mani, che si divertiva ad accarezzare il pelo, pizzicarlo, dargli le botte e, giusto due secondi prima di smettere aveva preso ad accarezzargli il petto. Le sue manine, cioè, erano sotto, quando ha perso l’equilibrio.
Ma lì per lì non ci fai caso. Lo tiri su, si vede subito che non è caduto “normalmente”. Non c’era da pensare che i sassolini in faccia risentivano del peso della caduta, o che i graffi rosso vivo non avrebbero dovuto trovarsi sul naso ma sulle manine, o che il suono del suo pianto era più grave del solito…
Sono dettagli che metti insieme, naturalmente, nel mentre dell’improvvisa concitazione piombata a rovinarti l’emozione in corso… Poi vedi che non è caduto normalmente, quindi lo abbracci e te lo porti a casa a disinfettare le ferite.
Poi però ti chiedono che è successo. Ti fanno notare che hai il suo sangue sulla spalla. Dettaglio tra chissà quanti che ti era sfuggito. Assente, mentre rifai l’appello dei dettagli osservati.
È qui che converge tutto. Il “tutto” del titolo…
Il “tutto” è la corposa percentuale autoprodotta con cui usiamo decorare ogni minimo input. Un “solvente”, o qualcosa del genere.
In sostanza: il messaggio contenente l’informazione su cui ci interroghiamo, raramente coincide col messaggio espresso dal messaggero.
Il messaggero, in soldoni, dirotta il significato del messaggio. Così, mentre racconto, l’accaduto si deforma sotto il peso della percezione che si ha di me.
Ora: io sono permalosissimo! Non cieco però.
Chi mi conosce non può non sintetizzare in me le caratteristiche che vado ad elencare:
- sto sempre con l’iPhone fra le mani
- tendo al distacco e a minimizzare ogni cosa
- ho da ridire, spessissimo, su quasi ogni cosa
- chiacchiero molto e sono capace di belle parole, ma appaio svogliato e senza una posizione netta sulle cose.
- parlo col frasario e il tono di chi ostenta discolpa e ragione. Con punte di arroganza visibilissime quando critico l’uso di certe parole.
- ultimamente, poi, mi trovo ad avere pochissima pazienza. In genere. Cosa che influisce sul mio già sintetico contributo educativo.
Immaginate ora queste mie “attitudini” (che conoscete bene) nel momento in cui si infilano nel messaggio che sto tentando di trasmettere.
Mentre racconto, quindi, le varie dinamiche della caduta di Francesco, arriva inevitabile il momento (tanto atteso) del “tudoveri”.
“E tu? dov’eri?”, mi chiede il mio amico.
“Io ero lì”, ripeto. “Stavamo accarezzando il cagnolino”…
Ma è senz’altro più semplice immaginarmi al cellulare, commentando questo o quello status su Facebook, completamente dissociato dall’attendere alla salvaguardia di un unenne alle prese con un quadrupede di periferia.
Probabilmente il messaggio parte genuino, forse con un “e tu che hai fatto?”… Invece mi ritrovo ad affrontare un’accusa che ho conosciuto bene e che di recente ha assunto la forma della “reazione” all’articolo “Mea Culpa” per ritornarmi sotto con maggior frequenza.
Perché noi siamo così, un po’ tutti, coi bimbi. Ci pieghiamo a un complesso concetto di responsabilità.
Già nell’istante in cui sollevo Francesco da terra e lo trovo graffiato, infatti, il vicino vibra una bastonata al suo cagnolino, dicendo: “vattene via, bestiaccia, hai fatto cadere il piccolo!”.
Già quando siamo saliti a casa, Yiyi si impressiona nel vedere il sangue di Francesco sulla mia spalla, ricordandomi di proteggere Francesco continuamente, anche tenendo fermo il cagnolino che stavamo accarezzando.
Per carità: tutti noi poi minimizziamo.
I bimbi sono così, ci vogliono mille occhi.
Nessuno è venuto a incolparmi direttamente di incuria…
Però di fondo: “mi tieni mezz’ora Francesco? Devo andare a prendere Martina a scuola”, è una richiesta che comporta una responsabilità troppo grossa, tanto che spesso viene respinta.
Perché se mio figlio mentre è col vicino cade come è successo con me, il vicino “sa” che io poi lo denuncio!
“Decade“, quindi, quel nostro comune minimizzare ostentato chiacchierando, particolarmente quando ci concentriamo nel determinare cause, circostanze, colpe…
E quei dettagli, registrati per valutare e reagire all’improvvisa concitazione, risalgono la memoria come i salmoni, dritti sparati all’attenzione. Non mi sarei mai aspettato di ritrovarmi a raccontarli al solo scopo di provare che non ero distratto, non ero al telefono, non mi ero allontanato da mio figlio, non ho minimizzato le sue ferite, non mi sono prodigato in “it’s ok it’s ok nnè gnente”…