:Asilo 2.0 (e conseguente GAP culturale):

E’ un bel po’ che non scrivo un post tutto dedito a me stesso. L’allontanamento da facebook è parte integrante di un percorso che è iniziato verso la fine del 2007 con l’apertura del mio primo blog. All’epoca attendevamo Martina, ed ora su quel blog primeggiano gli occhietti della bimba. Occhietti, oserei dire, di “una vita fa”. Il mio primo post voleva essere essenziale ed ispiratore. Il tempo e la voglia di rimettermi a scrivere, magari cambiando appunto forma, avrebbero fatto il resto.

E, ad oggi, direi che l’hanno fatto.

Questa è una specie di “intervista” che feci alla mia bimba pochi minuti prima del primo giorno di scuola.

Non è una bambolina meravigliosa? :D La mia piccola stellina, di lì a poco sarebbe entrata nella società che l’uomo dei nostri tempi ha preparato per lei. Era settembre… devo dire che dopo aver rivisto questo video non so più da che parte cominciare.
Martina è stata accudita e coccolata per tre anni, durante i quali ha conosciuto esclusivamente ciò che noi decidevamo per lei. Che non è poco eh: a tre mesi è andata a Taiwan, poi c’è tornata ogni anno, poi in America… e in Italia ha avuto molti compagni di giochi e molte esperienze.

Nulla però ha avuto fino a quel momento un così grande impatto su di lei quanto l’inserimento nel sistema educativo della zona in cui viviamo. Da dopo questo video, Martina ha sperimentato molte cose che sono proprie della mia società.
Si, si: sarà anche comune a molte società, per carità. Ma cose come la “doppiezza”, la “perfidia”, la cattiveria… anche se si parla di bambini, il fatto di essere esposta alla quotidiana esperienza di trenta bambini governati da una insegnante sola… Non sono uno psicologo, ma posso a ragione immaginare che il mio tesoruccio ha dovuto imparare sulla propria pelle la “preziosa arte del sopravvivere“. Unita alla situazione “schizofrenica” di tornare in una casa da una famiglia (la sua) dove le stesse cose che valevano a scuola e che tutti seguivano semplicemente non valgono.

Violenza

Sappiamo che molti bimbi tornano a casa coi lividi. Non si dice, ma lo sappiamo tutti che è così. I bimbi si menano, no? “Questo è mio”, “Si/No”… Lividi dai quali un genitore più o meno apprensivo può trarre il film che preferisce, sedato però dal pensiero che “sono bimbi, queste cose le fanno”.

Oltre al fatto che in giro per questo sito si può benissimo vedere come i bambini non “fanno” queste cose nel senso proprio del verbo “fare”, sappiamo per la stessa logica per la quale conosciamo i buchi neri, che se il tuo bimbo non ti torna a casa con qualche lividuccio qua e là non vuol dire affatto che non avvenga nulla di preoccupante! C’è invece un’ottima probabilità che li abbia procurati ad altri.
Così sappiamo, dalla mancanza di lividi su Martina, che ha imparato presto ad attaccare, complice un sistema educativo che mette i bimbi in gregge, uno accanto all’altro, pronti a competere e a giudicarsi l’un l’altro in quelli che anche su questo sito trovate indicati come termini dimensionali.

Allineamento

So che a molti questa cosa appare ridicola: “sono bimbi”, mi si dirà. So già che qualcuno dirà: “Meglio ad altri che a lei”.
Ma io so (e la mia signora sa meglio di me visto che ci ha passato molto più tempo insieme) che la mia bambolina sa capire immediatamente la situazione in cui si trova, già da un anno prima di questo video (che ormai risale a quasi sei mesi fa).
L’educazione di Martina è fatta, agli occhi di molti nostri amici e familiari, di “privazioni”. Agli occhi nostri invece si è trattato di “mancate esposizioni”. Queste “mancate esposizioni” sono venute tutte ed irrimediabilmente fuori nel momento in cui Martina si è confrontata con i molti suoi coetanei. Molti bimbi dell’età di Martina hanno già esperienza dei lungometraggi Disney, tanto per fare un esempio. Martina al massimo quei venti minuti di Backyardigans e Dora (in inglese). Moltissimi vanno a scuola con merendine preconfezionate mulinobiancomontebovimotta… Martina invece spesso porta della frutta con se per la merendina. Ancora oggi mi torna alla mente ciò che la maestra disse a Yiyi un giorno all’uscita da scuola: “ma che, per caso la tenete a dieta?” !!!!!

In altre parole: quando è andata all’asilo, questa bimba trilingue (italiano, cinese e moltissimi libri in inglese) si è trovata insieme agli italiani. O presunti tali. Tutti simili, il caso ha voluto, neanche un nero o un altro cinese a formare quella comunità multietnica che io invece davo per scontato di poter offrirle. Romeni, certo, ma comunque di etnia caucasica, tutti già consapevoli di winx e waka-waka, patatine alle 10 di mattina, caramelle e lecca lecca, torte, cioccolati.
Si è trovata con bimbi più grandi, ad imparare il mondo all’interno di una struttura fatiscente, che non ha risorse, che ha delle regole (oserei dire “dettate dal ministero”) che restano quelle che ho imparato anche io.

E per “ho imparato anche io” intendo andavo io all’asilo, e la scuola era frequentata prettamente da italiani. Con la cultura unica, la religione unica, il pensiero unico. Oggi so che quel pensiero unico era quello “unico” per lo strato sociale piccolo borghese che la mia famiglia ha occupato e al quale mi ha esposto. A Casal Bruciato, quartiere leggermente stratificato, blocchi residenziali si alternavano a case popolari. E’ di questo ambiente che siamo figli noi.

Lunghezza è periferia. Nel migliore dei casi, dormitorio. Vi si spostano famiglie da ogni parte delle zone centrali e ospita molti europei dell’est. E’ l’ambiente dove Martina sarà maggiormente integrata.

Profezie

Un po’, a dire il vero, lo dissi alla cena insieme agli altri amici bimbomuniti della zona, eravamo preparati. Intimamente sapevamo che Martina, cresciuta per i primi tre anni nella promiscuità culturale e lontana da quella serie di educatori (presenti ovunque) per i quali i “terribili due” bisogna trovare il modo (qualsiasi modo) di passarli, trovandosi a contatto con tutta questa civiltà avrebbe trovato la propria strada nella quale la sua famiglia diveniva per lo più ininfluente quando non presente in termini di divieti e possibilità…

Riassumendo: non è perché è Martina! Più o meno tutti i bimbi che iniziano l’asilo si trovano a compensare le varie abitudini mancanti del periodo precedente che li hanno visti nascere, imparare, essere il fulcro della propria casa, ecc. E lo dico per le coppie i cui bimbi andranno all’asilo a breve (l’anno prossimo): la vostra bambolina, il vostro pargoletto, subirà e troverà da sola/o una via d’uscita da quell’ambiente caotico che principalmente è dentro di se, nella persona che precedentemente avete pesantemente contribuito a creare. E’ l’inizio (e a questi livelli se vogliamo è anche una fase naturale) dello stress psicosociale che accompagna ciascuno di noi come un peccato originale.

In più: la realtà della vita quotidiana, oggi che le famiglie si spostano, cambiano città, nazione, non occorre che vi dica quanto è più “mobile” la vita di oggi… impone che le famiglie provvedano da sole a “tappare” la “mezza cultura” che si insegna a scuola, e per “mezza cultura” intendo lo zeitgeist di quella che è la cultura del posto e del tempo. Ecco perché il titolo esplicita il GAP culturale. Non solo per noi che ovviamente abbiamo due-tre culture in casa nostra o per me che cerco di vedere sempre la possibilità che vi sia una unica cultura mondiale fatta di milioni di sfumature e varietà, che arrivano ai nostri sensi per vie purtroppo molto nette e distinte, perpetrate dalle idee di confini, patria, bandiera ed altre forme di immaginazione cui affezionarsi. Ma proprio perché in ciascuna famiglia c’è l’esigenza di avere da un lato la cultura del posto che renderà la propria prole più facilmente adattabile e dall’altro la cultura da cui si proviene, il famoso “testimone” che si passa di padre in figlio… che per quanto mi riguarda si identifica in un sacco di cose, prima tra tutti la mia parte abruzzese. Cose che il sistema educativo quando non incentiva definitivamente RIFIUTA, per un principio economico non più attinente alla vita reale della mia città. Che in quanto città (anzi, Roma è pretesa essere caput mundi…) è espressione stessa di multietnia e multicultura…

Le culture dalle quali Martina e tutti gli altri bimbi provengono non possono far altro che arricchirsi di quella che attualmente viene passata tramite la scuola. Ma soprattutto dovrebbe avvenire il passaggio in senso contrario, cioè che queste culture hanno l’obbligo di “riversarsi” nella nostra società e di arricchire l’esperienza educativa del futuro cittadino post millennio!

Per inciso: Martina si avvale dell’ora di religione, prevista e facoltativa fin dalla materna, proprio perché la religione cattolica fa indubbiamente parte della cultura del romano moderno. Per quanto mi riguarda vale in quanto “culto/filosofia” di una buona parte del mondo che Martina vive e vivrà e dovrà rispettare più che di altri aspetti diciamo di “superstizione”.

Nell’ottica in cui la famiglia mette “le pezze” alla “realtà unica” ["pro" o "im"]posta dal sistema educativo, quanto tempo passerà prima che Martina, che già ora chiede merendine al posto della frutta, cartoni più lunghi in luogo degli episodi una tantum, dolcetti che più si addicono ai bimbi, specie quando i bimbi si incontrano… quanto tempo passerà prima che Martina inizi a trovare inutile il cinese, inutile l’inglese, inutili i modi di fare e le usanze di altri posti, nel momento in cui capirà e scremerà ciò che le occorre per adattarsi e poter vivere con la maggiore comodità possibile in questo pezzo d’Italia largamente ghettizzante rispetto a una più ampia (e bella, e fresca, e piena di speranze) comunità mondiale?

Non ho una risposta univoca. Quando Yiyi insegnava il cinese ai figli di italo-taiwanesi, trovava come queste mamme arrese all’italianità avevano completamente travasato il proprio modo di vedere ai figli che non vedevano l’ora di poterlo dire ad alta voce: “vivo in Italia, sono fiero di essere italiano, voglio essere uguale agli altri italiani che non devono studiare gli ideogrammi, voglio un nintendo DS e quel tanto di inglese necessario a capire quello che dicono i giochi”. E ancora: “voglio le principesse, le favole tutte uguali con la stessa identica morale, datemi uno sport col quale identificare il nemico, e fornitemi intrattenimenti dal nome condivisibile coi miei compagni. Non ho alcuna intenzione di essere quella bambolina speciale che volete voi genitori che rimpiangete i tempi passati e volete buttarmeli addosso senza motivo”.

Si, non sono frasi che si dicono a tre anni. Ma vi garantisco che a tre anni questo problema non solo è già presente, ma pone le basi per i prossimi. La nostra logica di “mancata esposizione” ha già assunto i connotati di “privazione”, e i treenni non sono affatto stupidi. Si adattano. E ciò che sono oggi pone serie basi per ciò che saranno domani.

Non ho verità in tasca, ma di una cosa sono certo. Tutto il potenziale di Martina, derivante dalla famiglia “sparpagliata” della mia bella signora, è davvero nelle mani della determinazione di sua mamma. Il giorno (oggi ne sono ancora sicuro, ma per il domani spero vivamente che tale giorno non arrivi mai) che lei come altre si ritroverà a non voler più “combattere”, beh: una bellissima parte della Martina che amiamo svanirà (e visto che ora Yiyi ancora combatte, non posso certo dire “lentamente”) in ricordi lontani.

Che dico? Una bellissima parte di Martina sta già facendo le sue prime mosse per dileguarsi. E’ la crescita? E’ una cosa comune a tutti i bimbi? Non credo, e la scienza moderna mi da attualmente ragione.
A meno che, ovviamente, noi non si decida e pianifichi di non volerlo.

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